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Rassegna stampa
La lezione ai giovani del partigiano Sandro
di MARZIO BREDA
«Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bella età della vita». Fa effetto ritrovare il celebre incipit del romanzo-diario di Paul Nizan Aden Arabie, del 1931, tra le frasi più evocate sul web da tanti ragazzi per descrivere se stessi, oggi. Fa effetto perché, adattando a se stessi quella denuncia, riassumono la propria giovinezza come una stagione senza speranze e senza futuro. E vi si ribellano, con l'effetto di lasciare gli adulti ammutoliti. Succede quasi sempre così, quando il disagio delle nuove generazioni sfocia in rabbia e rivolta, perché è difficile trovare le parole giuste per dar loro coraggio. Tra i pochi uomini pubblici del nostro Paese che hanno avuto la capacità di dialogare con i giovani e di rassicurarli, Sandro Pertini sovrasta chiunque altro. Lo dimostra, oltre la non casuale definizione di «Laerte con il cuore di ragazzo» coniata per lui, l'enorme influenza che esercitò su liceali e universitari dei difficili anni di piombo, accolti a migliaia al Quirinale durante il suo mandato da presidente della Repubblica.
In realtà questa forza «il partigiano Sandro» la testimoniò sempre. Già molto tempo prima di diventare capo dello Stato, come adesso emerge da un libro (Gli uomini per essere liberi, a cura di Pietro Pierri, Add editore, pp. 224, € 14) che raccoglie una selezione di suoi scritti e discorsi, con qualche inedito. Testi tra i quali spicca una lettera del 1957 a Umberto Voltolina, fratello diciassettenne della riottosa first lady Carla. Il cognato gli ha appena rivolto una serie di domande cariche d'ansia e Pertini, ormai sessantaduenne, risponde mettendosi sullo stesso piano dell'adolescente e confidandogli di attraversare «un momento penoso... di delusioni e amarezze» per la deriva presa da quel Partito socialista che è la sua ragione di vita. Poi cede a uno sfogo senza paternalismi: «Siamo noi responsabili del vostro tormento, dello smarrimento in cui vi agitate... del dramma che soffrite». Noi — ripete — che vi abbiamo dato troppi esempi di «tradimenti, intrighi, egoismo», al punto da infettare la società di «malcostume, affarismo, corruzione».
Una confessione che sembra pronunciata adesso, anche se nessuno oggi si permette simili autocritiche. Ad aggiungere desolazione a quel clima, Pertini aggiunge l'aggravante dell'assenza di «maestri» come i Turati, i Gramsci, gli Amendola, i Gobetti in cui si era riconosciuto lui, ciò che (cinquant'anni fa come oggi) rende ancor più oscuro l'orizzonte di un giovane. «Tu mi chiedi se la protesta possa divenire fede», riflette a un certo punto. Per replicare subito che sì, «per esperienza, tutte le grandi fedi sono scaturite da una protesta», ma questa «rimane solo un atto negativo se ci si chiude in essa e ad essa ci si abbandona». Avrebbe voglia di suggestionare il ragazzo alla propria dottrina, però si limita a una raccomandazione generale: «Sii sempre, in ogni circostanza, un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo». Il che, detto da uno che aveva affrontato con coraggio esilio, confino e carcere, era un precetto di credibile coerenza.
Il carisma di Pertini si fonda su questo pensiero e su questo impegno, che nel libro affiorano chiaramente. Una miscela che lega insieme un'eroica storia personale, un'intransigenza, un anticonformismo e una schiettezza persino imbarazzanti, per i palazzi del potere. Dove infatti si almanacca persino di un «rapporto edipico» tra Pertini e gli italiani, i giovani in particolare. Resta che le sue sortite, sintonizzate sul sentimento comune, hanno spesso un segno profetico, a riprova dell'eternità di certi costumi nazionali. Come quando nel '53 duella alla Camera con De Gasperi, che vuole imporre un percorso d'urgenza per il varo di una legge elettorale subito battezzata come «legge truffa». O quando, a proposito di costi della politica, indirizza a Palazzo Chigi nel 1979 un'aspra obiezione all'aumento delle indennità per amministratori e consiglieri di Comuni e Province (e identica cosa fa pretendendo che non sia rivalutato il suo assegno da presidente). O quando nel 1988 va a visitare il feretro del leader missino Giorgio Almirante ed è poi costretto a difendersi da un compagno socialista che gli contesta quell'omaggio. «Bada che io i fascisti li ho combattuti da vivi, a caro prezzo... tu, che non ricordo attivo nella Resistenza, li vorresti combattere da morti?».

Fonte: Corriere della Sera, 13 febbraio 2012



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