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Rassegna stampa
Una generazione senza antenati e la lezione di Nuto Revelli
I bisnonni dei giovani di oggi vivevano e lavoravano in campagna, al nord, come al centro e al sud d'Italia fino agli anni sessanta. Ma che cosa conoscono i giovani di oggi della civiltà contadina?
DI LAURANA LAJOLO
Mi sono chiesta che cosa conoscono i giovani di oggi della civiltà contadina e della condizione della donna in campagna fino agli anni ottanta. E mi sono risposta: forse nulla. Quelle esistenze sono sepolte, scomparse dalla conoscenza comune. Negli anni settanta, Revelli sente l'esigenza etica e politica di conservare memoria di un mondo che è in estinzione.
Oggi, quella memoria è ancora storicamente significante anche se sottaciuta, perché rappresenta le radici della società italiana. Nello stesso tempo, il nostro mondo contadino ha anche caratteristiche transnazionali,universali. Il forte legame con la terra, l'economia di sopravvivenza, la comunità chiusa ed autosufficiente, con i suoi miti e le sue tradizioni, permea di sé le civiltà antiche,che ritroviamo tuttora vive in molti paesi del terzo mondo. A causa delle migrazioni,l'arcaica ritualità di vita si riaffaccia nell'attuale società multietnica, che si sta formando negli Stati ricchi attraverso conflitti e drammatizzazioni.
Uno dei problemi più importanti per giungere a una convivenza civile è che i cittadini italiani e gli stranieri riescano a capire e motivare le reciproche differenze.
E per avviare e approfondire il dialogo tra culture,comprendere gli « altri » e farci comprendere, possiamo rintracciare elementi comuni tra civiltà diverse proprio nelle radici contadine originarie. La memoria della civiltà contadina è utile, dunque, non soltanto a far conoscere una grande parte della storia sociale dell'Italia, ma per tracciare la storia, o meglio le storie, degli esclusi dalla Storia con la s maiuscola, che oggi sono rappresentati dalle componenti povere ed emarginate della società globale di fine millennio. L'ultima inchiesta sui giovani degli anni novanta curata dal sociologo Ilvo Diamanti per titolo La generazione invisibile sostiene che gli adulti non sanno vedere e interpretare la nuova generazione, definita sulla base delle sue ''mancanze''(senza lavoro, valori, certezze e fiducia nelle istituzioni).Sembra essere una generazione poco visibile e poco amata,molto diversamente che in passato quando c'era il mito dei giovani. « Privi di passato, - scrive Diamanti - ma in qualche modo, anche di futuro. O a metà strada fra l'uno e l'altro di questi versanti, i giovani dimostrano una grande capacità ad adattarsi al presente».
Il futuro è, dunque, sentito dai giovani come gravido di insicurezza e, a volte di angoscia, e diviene anche un limite invalicabile per la riflessione storica. Le nuove generazioni sono deprivate della memoria del passato e rimangono appiattite in un presente destorìcizzato. Per loro si è interrotto il passaggio di memoria familiare e collettiva tra le generazioni e si è, così provocata la rottura dell'interrelazione necessaria tra passato-presente-futuro (…) La generazione «sperduta» è una «generazione senza antenati», che vive nella società dei consumi, o meglio nella società della rottamazione, della frantumazione dei, messaggi e delle conoscenze, della frammentazione dei molti i linguaggi espressivi, della crisi di valori. Il mondo contadino è l'antenato di questa generazione. I bisnonni dei giovani di oggi vivevano e lavoravano in campagna, al nord, come al centro e al sud : d'Italia fino agli anni sessanta.
L'industrializzazione del secondo dopoguerra e la società urbana e consumistica hanno scardinato gli equilibri uomo-natura e, insieme, quella concezione della vita. Gli antenati, vinti dal profitto, sono stati definitivamente sepolti, quasi che il ricordo del passato e i racconti dei vecchi siano un intralcio nella società postmoderna.
In realtà tutti noi e anche ì giovani abbiamo bisogno degli antenati. (…). Ma í «vecchi » non ci sono più. Nelle società ricche, che, pure, sono società con una presenza massiccia di anziani, nessuno vuole più essere vecchio. Si teme l'emarginazione e l'abbandono e si insegue affannosamente la giovinezza del corpo, in molti modi.
Contemporaneamente, ci si rifiuta di tesaurizzare la propria esperienza di vita in un patrimonio di memoria comunicabile. Le generazioni adulte, nate dopo la Seconda guerra mondiale, non sanno cosa ricordare e perché. Non danno valore agli eventi della loro esistenza, non hanno messaggi forti da lasciare ai figli, non passano conoscenza del lavoro compiuto. Nella società dell'eterno presente la memoria del passato non ha cittadinanza. (…)
Nuto Revelli, nei suoi libri, raccoglie l'esperienza dei contadini, in presa diretta, e documenta, attraverso ricordi, pensieri, emozioni, il passaggio traumatico dall'Italia rurale a quella industriale, la trasformazione epocale, che rappresenta uno snodo decisivo della storia dell'Italia repubblicana.
Dalle testimonianze emerge lo sfrangiarsi della società arcaica e l'estinzione dei suoi valori, ma anche le speranze nel futuro delle donne contadine, che da lì iniziano la conquista dei loro diritti. La costruzione della nostra democrazia affonda le sue radici nell'Italia povera, si sostanzia dei sacrifici delle masse contadine e dello sfruttamento della classe operaia, che vengono ad assumere lo stesso peso, nel percorso storico compiuto,dell'intraprendenza della borghesia capitalistica e del ruolo del potere politico e istituzionale.
Il mondo contadino e quello operaio assumono centralità in molte riflessioni teoriche ed esperienze narrative, letterarie,musicali e cinematografiche. E si delinea, negli anni sessanta-settanta, una metodologia della raccolta delle fonti orali, delle storie di vita, a cui Revelli dà un contributo importante.

Fonte: La Nuova Provincia, 23 giugno 2009



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