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Rassegna stampa
L'orgoglio di un cronista
di GIAN ANTONIO STELLA
«Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti». Racchiudere la vita di Enzo Biagi in questa battuta, tra le predilette della sua ricchissima collezione di aneddoti, epigrafi, aforismi, sarebbe sciocco e riduttivo. In quelle poche parole, però, lui condensava davvero un mucchio di cose. La passione per un mestiere che coltivava da quando era un ragazzino sceso a Bologna dall'Appennino tosco-emiliano. La rivendicazione orgogliosa, alla larga dagli intellettualismi, di essere un cronista.
La leggerezza con cui sapeva affrontare tutto, anche i temi più gravi. L'autoironia, che l'aiutava a non prendersi troppo sul serio neppure dopo un percorso professionale unico. Aveva 87 anni e aveva scritto il suo primo articolo a 17. Eppure, a scorrere oggi la sua biografia, ti chiedi come sia riuscito a fare tante cose in tanto poco tempo. A tenere tante vite insieme. La resistenza nelle brigate «Giustizia e Libertà », la direzione di Epoca ottenuta giovanissimo, quella del telegiornale, l'invenzione di decine di trasmissioni tivù e poi migliaia di articoli e appuntamenti serali sul piccolo schermo e poi ancora romanzi, reportage, biografie, raccolte di interviste, volumi fotografici e perfino storie a fumetti per un totale di oltre un'ottantina di libri e una dozzina di milioni di copie vendute. Se lo chiedevi a lui, rideva: «Ho lavorato. Me l'ha insegnato mio papà che faceva l'operaio». Era stato dappertutto, aveva visto tutto, aveva incontrato tutti. Presidenti, divi del cinema, dittatori, re, donne fatali, boss mafiosi, fuoriclasse, tagliagole e guerriglieri. Aveva inseguito la notizia fino a cacciarsi a quasi ottant'anni, già malandato, sotto le bombe che cadevano su Belgrado. Aveva cenato con Enrico Fermi, preso un tè con Eleonora Roosevelt, messo a segno decine di scoop. Aveva inventato, un giorno che l'allora capo del governo Francesco Cossiga gli aveva cancellato l'incontro all'ultimo istante, l'intervista senza intervistato, in cui lui, devastante con quella sua cadenza tranquilla quasi piatta, faceva le domande al vuoto. Aveva avuto l'onore, dopo «I dieci comandamenti all'italiana », di essere ricevuto da Giovanni Paolo II, che gli aveva detto ammiccando: «La ringrazio anche a nome di Mosè». Eppure gli piaceva ricordare soprattutto certi servizi degli esordi. Come la scoperta di un finto fachiro indiano di nome Cadranel che richiamava le folle bolognesi o le avventure polesane dei ragazzini della «ganga dell'unghia lunga». «Cantastorie» straordinario e straordinario «adescatore di lettori» nel suo significato più nobile (bastava un'immagine, un'annotazione curiosa, un dettaglio sorprendente), ha fatto compagnia per decenni a milioni di italiani che l'hanno seguito fedeli dalla Settimana Incom alla Stampa, da Repubblica al Corriere. Uomo libero fino a essere talora impertinente, buttato fuori dalla Rai dopo l'«editto bulgaro» di Berlusconi, etichettato sbrigativamente come comunista (per definirsi in realtà citava Silone: «Sono un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa»), liquidato come vecchio dai nemici più volgari ignari della sua forza di volontà, era riuscito mesi fa a vincere anche la sua ultima battaglia: il ritorno in tv. «Dalla vita ho ricevuto più di quel che mi aspettavo. Ma in poco tempo ho dovuto pagare il prezzo di tutto», sospirava parlando della perdita della moglie e della figlia minore. Scriveva di avere smesso di cancellare il telefono degli amici morti dall'agenda: «Sono troppi. E poi mi fanno compagnia ». Via via che sentiva il carico degli anni, parlava dell'addio come di un appuntamento atteso. Invocato. Sul quale trovava la forza di sorridere citando Woody Allen: «Non è che ho paura della morte. Vorrei solo non esserci quando arriverà». Da oggi siamo tutti un po' più soli.

Fonte: Corriere della Sera, 07 novembre 2007



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