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Rassegna Stampa
Nord e Sud, la secessione vera è quella tecnologica
di RICCARDO VIALE
Vi è una tendenza nei principali Paesi industrializzati all'accentuarsi delle differenze regionali. Le aree più sviluppate lo divengono sempre più e il contrario succede a quelle depresse. Scarsa influenza livellatrice sembrano avere le politiche nazionali. Ad esempio, dai dati presentati recentemente a un convegno dell'Ocse a Valencia, emerge che la globalizzazione ha agito sulla crescita dell'occupazione, dal 1998 al 2003, in modo diverso nel caso si tratti di nazioni o regioni. Nel primo caso il range di differenza fra la nazione più in crescita, la Spagna con il 4%, e quella con crescita minore, la Polonia con il -2,2%, è al 6,2%; nel secondo caso la differenza fra la regione europea con crescita maggiore, in Italia con il 10%, e quella con crescita minore, in Polonia con il 7%, è al 17 per cento. E simili scostamenti si trovano nel campo dell'istruzione, della ricerca scientifica e tecnologica, dell'innovazione, della produttività industriale, ecc.
Questa situazione non si riscontra solo nelle realtà con ordinamenti stati di tipo federale, confederale o di forte decentramento regionale. Anche in nazioni con istituzioni centralistiche la pressione selettiva della globalizzazione sembra essere molto più forte di qualsiasi politica nazionale di omogeneizzazione. Le regioni che presentanto vantaggi competitivi iniziali, sotto forma di migliore capitale umano, sociale, istituzionale ed economico, tendono a crescere sempre di più rispetto a quelle meno dotate.
L'Italia, da questo punto di vista, è uno degli esempi più problematici. Essa presenta fra i Paesi Ocse uno dei range maggiori di differenza regionale, tra Nord e Sud, a livello occupazionale. Questa forbice invece di diminuire tende ad accentuarsi, come mettono in luce i nuovi dati sull'occupazione che vedono il Nord aumentare dello 0,7% nel secondo trimestre del 2007 contro un calo nel Sud dello 0,9 per cento. Se prendiamo un altro dato, quello della capacità innovativa, in accordo con i parametri di Lisbona, secondo il rapporto sull'innovazione regionale della Commissione europea, vedremo, anche in questo caso, l'aumento della forbice fra Nord e Sud.
Utilizzando indicatori legati alla capacità brevettuale e scientifica, la spesa in ricerca pubblica e privata, gli addetti alle imprese ad alta e media tecnologia, la formazione permanente, il livello della istruzione universitaria, si constata come dal 2003 al 2006 l'indice aggregato delle regioni del Nord sia passato da 2,01 a 3,1, mentre quello del Sud da 1,04 a 1,7, con un aumento della distanza di 0,43 fra le due aree (che significa, per il Sud, una perdita del 30% rispetto al Nord).
Questo dato è ancora più significativo se consideriamo che la migliore regione del Nord, la Lombardia, è piazzata solo al 56° posto (mentre la peggiore del Sud, la Calabria, è al 192°) su 203 regioni europee.
L'aumento della forbice fra Nord e Sud ha varie e complesse ragioni. Senz'altro una delle principali è il comportamento miope e irresponsabile della pubblica amministrazione locale che ha fatto nulla per utilizzare le molte risorse nazionali ed europee, a favore della crescita del proprio territorio. Al contrario di ciò che sta cercando di fare, anche se in modo frammentario e ancora insufficiente, l'amministrazione locale di alcune regioni del Nord, preoccupate di mantenere agganciati i propri territori almento ai tassi di sviluppo europeo.
Ad esempio, le politiche pubbliche a favore della ricerca, dell'innovazione e del capitale umano di Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna (che per essere più efficaci si sono anche tra loro consorziate) seguono ''pratiche'' internazionali di successo e cercano di supplire alle assenze del governo nazionale. Nel solo Piemonte si prevede il prossimo anno l'arrivo di 1.500 ricercatori dall'estero, cofinanziati da Regioni e univesità piemontesi.
La forbice crescente fra Nord e Sud, causata in buona parte dalle differenze di comportamento della rispettiva classe dirigente pubblica, è stata in parte frenata dall'ordinamento centralistico del governo del Paese. Ciò implicherà che le regioni con amministratori pubblici e governance più efficaci avranno più filo da tessere per rendere competitivi i loro territori.
Su temi come il capitale umano, la ricerca, l'innovazione, lo sviluppo economico è prevedibile che assisteremo a un progressivo accentuarsi dello iato, già esistente, fra Settentrione e Mezzogiorno, con il rischio di una spaccatura istituzionale del Paese. I margini per evitare questo scenario, paventato anche dall'Europa, sono minimi.
Forse uno di essi è la promozione di un programma, cogestito e cofinanziato dalla Commissione europea e dal Governo nazionale, senza ingerenze delle amministrazioni locali, per la creazione di quel sistema di infrastrutture di trasporto e telecomunicazione che il Meggiogiorno aspetta da tempo e che potrebbe porlo al centro dei flussi commerciali internazionali, soprattutto di provenienza dal Medio ed Estremo Oriente.

riccardo.viale@fondazionerosselli.it

Fonte: Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2007



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