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Rassegna stampa
Laura, Anna e le donne in carriera punite per un figlio
Il percorso a ostacoli delle pari opportunità
di MARIA LOMBARDI
ROMA - La sua stanza aveva luce e una scrivania piena di carte, un computer sempre al lavoro. Adesso per Laura non ci sono che pareti senza finestre e tante ore vuote da trascorrere in penombra, nemmeno il bagliore del pc perché quello che ha trovato sul tavolo è rotto. Poco male, tanto non ha più niente da fare. Era andata via cinque mesi prima, da impiegata modello, col pancione, auguri e vivi serena questo bel momento, ti aspettiamo e portaci la bimba appena nasce. Ma quando Laura torna nell'azienda di servizi informatici a pochi chilometri da Torino non è più quella Laura lì, sempre in prima linea e ''che ne fossero altre come te''. E' un'impiegata invisibile, da mettere in un angolo e che non dia fastidio, al suo posto c'è un'altra, ''sai in questi mesi abbiamo introdotto nuovi programmi, tu sei rimasta indietro''. Qualche mese accanto a un telefono muto e a una tastiera inutile, poi Laura si rivolge alla consigliera di parità provinciale per denunciare il caso di discriminazione. L'azienda viene condannata a restituirle ''professionalità e mansioni'', Laura esce dalla stanza buia ed entra in un nuovo tunnel. Tutto quello che fa è sbagliato, lettere di richiamo, rimproveri su rimproveri, se prima non esisteva più, adesso è una nemica, e che male ha fatto lei se non quello di volere un figlio e anche un lavoro? ''Le conseguenze che si subiscono sono pesanti'', l'avvocato Alida Vitale, consigliera di parità della Regione Piemonte, di storie come questa ne ha pieni i cassetti. ''Le lavoratrici fanno causa e vincono, ma si trovano a vivere una situazione infernale, a subire vendette ed esclusioni. E così tante volte sono costrette ad accettare i soldi e a lasciare''.
La discriminazione sul lavoro è donna, nell'86% dei casi, e quasi sempre colpisce le mamme. Lo sanno bene le cosigliere di parità provinciali e regionali, in tante si sono rivolte a loro in questi anni per raccontare storie di lavoro perduto, di carriere negate, di ore passate a far niente. E sarebbero molte di più se solo tutte le lavoratrice sapessero dell'esistenza di questi pubblici ufficiali nominati dal Ministero del Lavoro e dal Dipartimento delle pari opportunità con l'incarico di combattere le disaguaglianze e segnalare alle autorità giudiziarie i casi di discriminazione di genere sia nel pubblico che nel privato. Il ministero del Lavoro ha raccolto tutte le segnalazioni giunte dai vari uffici regionali in questi anni ed ha elaborato un'indagine che verrà presto pubblicata. Quel che ne viene fuori è che le più deboli, e dunque le più ''maltrattate'', sono le mamme: italiane, hanno tra i 30 e i 40 anni (35%), sposate (36%), impiegate (49), con un contratto a tempo pieno e indeterminato (50), un diploma di scuola secondaria superiore (37). L'età più a rischio sul lavoro, racconta lo studio, è insomma quella della maternità, anni da attraversare col timore di finire in una stanza buia, come Laura, con l'ansia che un bambino porti sì tutta la felicità del mondo, ma metta a rischio il resto.
Quel che è capitato ad Anna, una giovane dottoressa, endocrinologa, torinese. A maggio ha un colloquio per l'assunzione in una clinica privata, ''bene, comincerai a settembre''. Durante l'estate resta incinta, potrebbe star zitta e aspettare la firma del contratto, lei invece dice subito che aspetta un bambino e l'assunzione salta. ''Possiamo farle un contratto di collaborazione - propone la clinica - poi al ritorno dalla maternità sarà assunta''. La dottoressa lavora tutti quei mesi col pancione, appena nasce il bambino lo porta in clinica e tutti i colleghi le fanno festa. ''Quando posso ritornare al lavoro?''. Ci dispiace, le rispondono in amministrazione, salta il contratto, si scordi l'assunzione, non ci serve più. Anche lei fa causa, la vince, la clinica è condannata a pagarle gli stipendi dei mesi di maternità. Il medico torna così al lavoro. ''Ma in clinica le hanno fatto una guerra tale - racconta l'avvocato Vitale - una contestazione disciplinare dopo l'altra. Le è venuto l'esaurimento nervoso, così alla fine è andata via''. E c'è anche chi, in un'azienda vitinicola dopo un periodo d'assenza, si è ritrovata retrocessa dal primo al quarto livello, si occupava delle relazioni con l'estero ed è finita al centralino, una carriera al contrario. In provincia di Torino tre donne al giorno rassegnano le dimissioni dopo la maternità. ''Un dato che ha fatto scattare l'allarme - racconta la consigliera piemontese - Possibile così tante rinunce? Il che la dice lunga su come questa sofferenza sia diffusa e quanto alto per l'azienda è il costo della maternità''.
Succede ovunque. ''Quante segretarie considerate bravissime e premiate, al ritorno dalla maternità vengono messe da parte e licenziate alla prima occasione con la scusa della riduzione del personale'', Luisa Marilotti è la consigliera di parità della Sardegna. E stiamo parlando di fortunate, donne con un lavoro stabile. Chi ha un contratto a tempo, tra le giovani sempre di più, nemmeno ci prova a riprendere il posto lasciato, sa già d'averlo perso per sempre. E sono tante, dicono al ministero del Lavoro, le giovani che firmano lettere in bianco al momento dell'assunzione: dimissioni che l'azienda tirerà fuori in caso di gravidanza. Un ricatto, prendere o lasciare, e pur di avere uno stipendio s'accetta pure questo. ''In Basilicata negli ultimi cinque anni è più che raddoppiato il numero delle donne che abbandonano il lavoro dopo esser diventate mamme'', Raffaella Ferro, consigliera di parità di quella regione, sa bene che è così in tutto il Sud dove sempre più giovani si mettono in corsa.
Altrove non va meglio, tanto che il 29% delle madri italiane abbandona l'ufficio, lo studio o la fabbrica al primo anno di vita del figlio. Un pò per difficoltà, gli asili che non ci sono, gli orari, i nonni non disponibili, un pò perché l'esser mamma sul lavoro è considerata quasi una colpa, qualcosa che toglie energie e capacità piuttosto che moltiplicarle. Paradosso di un paese che si proclama ''mammone'', tutela la maternità con buone leggi, salvo poi considerarla una ''maledizione'' quando di mezzo ci sono stipendi e congedi.
Della totalità dei casi presi in esame dalle consigliere di parità dal 2001 al 2006, rivela l'indagine del Ministero del Lavoro, una minima percentuale riguarda gli uomini. Al 90% si tratta di discriminazioni individuali (solo il 9% collettive) e di queste il 34% viene catalogato sotto la voce ''flessibilità'' che il più delle volte (8 su 10) ha a che fare con la maternità. Meno denunce per licenziamenti (13%), avanzamento di carriera (9%) e accesso al lavoro (5).
Chi discrimina le donne e in particolare le mamme? Le aziende private (quasi il 60% dei casi), e prime tra queste quelle del settore del commercio, della piccola e media distribuzione, seguite da banche e assicurazioni. Il pubblico ha un altro primato, quello del numero di azioni promosse dalle dipendenti per la carriera negata, donne dunque di una certa età e con un alto titolo di studio. Mamme, e più in generale lavoratrici, messe all'angolo un pò ovunque in Italia, eppure la maggior parte delle denunce arrivano dalle regioni del Nord (61%), seguite da quelle del Sud (26) e centro (13). Più della metà delle azioni promosse si risolvono con una conciliazione, e il pubblico è più disposto ad accettare questa via. Nel privato le denunce sono fatte per lo più da giovani impiegate. Pochissime quelle che decidono di non subire, la maggior parte delle storie non finisce nelle statistiche. Storie di mamme punite sul lavoro.

Fonte: Il Messaggero, 21 maggio 2007



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