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Rassegna stampa
La lezione dell'Europa: il lavoro aiuta la maternità
di ALESSANDRA CASARICO e PAOLA PROFETA
In tutti i Paesi industrializzati, la fase iniziale di crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro si è accompagnata a un declino della fecondità. Questo segnalava la presenza di un trade-off per le donne tra scelte di lavoro e maternità. Una donna era o lavoratrice o madre.
In alcune nazioni questa tendenza sembra essersi invertita negli ultimi anni; a tassi di occupazione femminili più elevati si associano incrementi nella fecondità. Al trade-off è subentrato un circolo virtuoso di maggiore occupazione e maggiore crescita demografica. E' il caso soprattutto dei Paesi scandinavi, che in Europa vantano il primato per i tassi di occupazione femminile e sono caratterizzati da un numero di figli per donna ben al di sopra della media Europea. Ma anche la maggior parte degli altri Paesi dell'Ue a 15 sembra avviata verso un superamento del trade-off: Francia e Irlanda hanno i più alti tassi di fecondità e tassi di occupazione allineati alla media Europea.
E l'Italia? Nel confronto con gli altri paesi, occupiamo l'ultima posizione sia per tasso di occupazione femminile sia per tasso di fecondità (in quest'ultimo con Spagna e Grecia). Eppure il numero desiderato di figli per donna (2,19) è ben più alto di quello effettivo (1,33). Non solo. Abbiamo anche la fecondità più tardiva (sempre insieme alla Spagna), con un'età media al parto di circa 31 anni. Il rinvio della maternità rafforza la bassa fecondità.
Nel tempo, come gli altri Paesi abbaino sperimentato la correlazione negativa tra occupazione femminile e fecondità. Diversamente, però, dagli altri Paesi stentiamo a superare il trade-off e ad avviarci sul percorso virtuoso. La visione italiana della famiglia può avere un ruolo nello spiegare questa difficoltà. Se guardiamo ai dati della World value survey, alla domanda ''Un bambino in età prescolare soffre se la mamma lavora?'' più dell'80% degli italiani si dichiara d'accordo, contro una media europea di circa il 55 per cento.
Resta il dubbio che la maggiore sensibilità italiana a questo tema non colga solamente un aspetto culturare in cui ci differenziamo dal resto d'Europa, ma una preferenza indotta dai diversi contesti istituzionali. In Italia le reti formali di cura (asili nido) sono scarsamente diffuse, soprattutto al Sud, e i padri sono poco coinvolti. Alla madre resta la quasi esclusiva responsabilità della cura dei figli. Al contrario, nei Paesi europei più virtuosi, il sistema di welfare e la divisione del lavoro domestico e di cura all'interno della famiglia supportano si l'occupazione femminile sia la fecondità.
Timidi segnali di ripresa si osservano anche da noi: secondo i dati riportati dalla Banca d'Italia, dal 1995 al 2003 il nostro Paese ha sperimentato un aumento assoluto nel tasso di occupazione femminile nella classe di età 15-44, pari a circa sette punti percentuali, e un debole aumento del numero medio di figli per donna nella classe di età 15-49, pari a 0,1 punti. Le donne immigrate, la cui presenza è aumentata molto negli ultimi anni, contribuiscono a sostenere la fecondità (e l'occupazione).
La disaggregazione regionale mostra l'esistenza di una relazione positiva tra l'occupazione femminile e la fecondità, con le regioni del Centro-Nord che registrano aumenti in entrambe le variabili e le regioni del Sud che pagano il sia pur modesto aumento nella crescita occupazionale con una ridotta fecondità. Forse un circolo virtuoso si sta accennando in alcune aree. Sosteniamolo ed estendiamolo.

Fonte: Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2007



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