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Rassegna stampa
Una cattiva istruzione non crea buona ricerca
L'innovazione difficile
di RICCARDO VIALE
Una delle caratteristiche del nevrotico è l'instabilità nelle proprie sicurezze. Basta poco ad abbatterlo come a esaltarlo e ciò lo porta a prendere decisioni miopi e autolesioniste. E' ciò che accade all'Italia. Un anno fa ogni dato negativo ci faceva gridare al declino irreversibile. Oggi qualche piccolo segnale di ripresa ci fa parlare di miracolo economico e dà fiato alle trombe dei sostenitori dell'''eccezionalismo italiano''.
Come nei nevrotici, l'Italia deve questa sua instabilità alla dinamica dei conflitti interni rappresentata dalla frammentarietà della sua classe dirigente e dalla incompatibilità dei progetti di rilancio del Paese. Ne è un esempio la discussione odierna sulle proposte per utilizzare l'inaspettato aumento delle entrate 2007. Quasi niente viene detto su uno dei temi di fondo del futuro del Paese, il rilancio del sistema italiano dell'innovazione. In particolare, al nesso tra ricerca e imprese, a cui è dedicata la manifestazione R2B che inizia oggi a Bologna.
I principali rapporti internazionali ci relegano agli ultimi posti nelle classifiche sulla competitività. A suonare l'ennesima sirena d'allarme è il Rapporto annuale sull'innovazione della Fondazione Cotec. In esso sono raccolti i principali dati pubblici relativi alla ''filiera'' allargata dell'innovazione, dell'istruzione primaria fino alla bilancia tecnologica. Un Paese meno nevrotico presterebbe la dovuta attenzione ad alcuni di essi. Soprattutto a quelli sulla produzione di capitale umano. Siamo agli ultimi posti (al 28° su 31 nazioni europee) per quota di popolazione tra 25 e 64 anni con un diploma di istruzione secondaria superiore (50,3% nel 2005 contro una media del 68,9%). Sarà stata colpa dell'arcaica politica dell'istruzione della Prima repubblica? No, perché continuiamo a rimanere al 28° posto anche nella quota di popolazione tra i 20 e i 24 anni (69,9% nel 2004 contro una media del 76,4%), che avrebbe invece dovuto risentire, in modo più marcato, dei supposti benefici delle politiche ''moderniste'' dei Governi di destra e sinistra della Seconda repubblica.
E i nostri pochi diplomati che livello di preparazione dimostrano? Molto povera secondo i dati dell'indagine Pisa che vede gli italiani al 18° posto su 21 Paesi (prima di Grecia, Turchia e Messico) nelle abilità matematiche, di problem solving, scientifiche e matematiche lo si riscontra in un altro fenomeno preoccupante. Ai nostri diplomati interessano sempre meno i corsi universitari in scienze, matematiche e tecnologia (solo il 23,9% del totale degli iscritti contro una media europea del 26,9% e Paesi come Spagna e Germania con più del 30%).
In una nazione di avvocati ed economisti chi si occuperà di ricerca, sviluppo e innovazione? Forse la formazione continua potrebbe supplire a queste carenze di scuole e università? Purtroppo non è così, almeno per quanto riguarda la formazione organizzata o sostenuta da istituzioni pubbliche (che risulta al 6,1%, meno della metà dell'obiettivo europeo del 15% della forza lavoro). Ci si aspetterebbe allora che un sistema così carente nella produzione del capiale umano costi poco alla collettività. Invece la spesa in percentuale del Pil è al 4,74%, non lontana dalla media europea (5,2%), pari a quella tedesca e con queste risorse ci possiamo permettere un numero di studenti per docente metà di quello inglese e 2/3 di quello tedesco. I dati sulla formazione del capitale umano non hanno un valore fine a se stesso. Essi rappresentano i ''fondamentali'' di un sistema che vuole essere innovativo. La correlazione è evidente in tutta l'area Ocse. Negli Stati Uniti le basse performance nella scuola secondaria (come si evince dall'indagine Pisa che li pone al 16° posto) viene compensata con il brain gain dall'estero nei corsi universitari, post-universitari e nella ricerca. Il nostro invece è un sistema che genera pochi tecnologi e ricercatori, non ne attrae dall'estero e perde anche quelli migliori. Di fronte a questa situazione in pochi Paesi vi sarebbero dubbi su cosa considerare prioritario.
Come, kantianamente, sosteneva Karl Popper i dati sono impregnati di teoria. Basta inforcare occhiali ideologici d essi ci possono dire le cose che vogliamo. Di fronte ai vari rapporti su competitività e innovazione, come questo della Cotec, i teorici dell'''eccezionalismo'' continuano a dare una lettura opposta a quella che l'esperienza internazionale indicherebbe: si può essere competitivi anche senza eccellere in formazione, ricerca e innovazione. Basta lavorare bene nelle nicchie del made in Italy.
Peccato che esista un dato incontrovertibile che taglia la testa al toro. E' quello della dinamica della produttività che vede l'Italia da molti anni fanalino di coda nell'Ocse. Con aumenti pari allo 0,4% nel 2005 (e una perdita di produttività dello 0,3% all'anno dal 1994 al 2005 e un lieve recupero nel 2006) come si può pensare di competere contro una crescita media OCSE all'1,7%? Per sfortuna degli ''eccezionalisti'', non esistono pasti gratis.

Fonte: Il Sole 24 ORE, 8 maggio 2007

Autore: Riccardo Vitale



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