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Rassegna stampa
Il diritto e la pena di morte se lo Stato cancella una vita
Il dibattito internazionale sulla moratoria richiesto dall'Italia
di ANTONIO CASSESE
Il dibattito sulla pena di morte è annoso: ne parlava già Platone ne Le Leggi. Ma ha acquistato ora particolare intensità, per la diffusione della cultura dei diritti umani, che porta sempre più persone a considerare odiosa la soppressione violenta della vita ad opera dello Stato. E perciò ora da più parti si chiede con forza, se non la sua abolizione, almeno una moratoria delle esecuzioni capitali.
Come si giustificano i fautori della pena capitale? Accampano tre ragioni. Quella pena soddisfa la domanda di giustizia di chi ha sofferto: coloro cui hanno ucciso un familiare esigono che si tolga la vita a colui che ha tolto la vita. E' la legge del taglione, che affonda le sue radici negli albori della nostra ''civiltà'': occhio per occhio dente per dente. ''Se egli ha ucciso, egli deve morire. Non vi è nessun surrogato, nessuna commutazione di pena, che possa soddisfare la giustizia''. Sono parole non di un governatore del Texas, ma di Kant. Più di recente Croce, alla Costituente, attaccava Norimberga, notando che, invece di processare i criminali vinti, magari poi assolvendoli, occorreva seguire l'esempio di Cesare, che, ''esercitando vendetta'', ''fece strozzare nel carcere'' lo sconfitto Vercingetorige. Ciò dimostra quanto questa visione sia radicata nella cultura occidentale. Vi è un'altra ragione, di carattere utilitaristico: l'effetto deterrente che avrebbe la pena capitale. Si sostiene che, per paura di finire sul patibolo, molti rei non giungono fino ad uccidere. E dunque quella pena è utile. Inoltre, infliggendo la morte all'autore di reati gravi, si impedisce un'eventuale recidiva, che avverrebbe se, incarcerato, venisse prima o poi liberato e tornasse a commettere crimini.
Anche la terza ragione è di carattere utilitaristico, pur se di livello più basso: posto di fronte a persone che si sono macchiate di reati orrendi, lo Stato risparmia se le uccide, invece di tenerle per tutta la vita in carcere, a spese della comunità (l'attesa nel braccio della morte, negli Usa, dura in media sei anni, e dunque il risparmio ci sarebbe).
Come rispondono gli abolizionisti? Fondamentalmente con due argomenti di carattere etico. Anzitutto, in un moderno Stato democratico la pena non deve essere retributiva (hai ucciso? ti uccido), ma deve sforzarsi di trasformare e migliorare il reo, in modo tale da consentirgli di reinserirsi nella società. Ciò ovviamente non può avvenire se il colpevole viene giustiziato. Questo argomento ha la forza ma anche la debolezza dell'imperativo categorico. Chi conosce le carceri moderne ed ha parlato con più di un detenuto, sa che quell'argomento è di difficile realizzazione, perché nei fatti tanti detenuti non sono suscettibili di emendarsi, e ciò non solo per colpa del modo insoddisfacente in cui le carceri adempiono la loro funzione di privazione della libertà.
Un altro argomento - quello che per Bobbio costituiva l'unica robusta ragione contro la pena di morte - si basa sul comandamento ''non uccidere'', ed impone che lo Stato non si trasformi in assassino, uccidendo legalmente chi ha ucciso illegalmente. Si potrebbe controbattere che lo Stato spesso deve comunque trasformarsi in assassino autorizzato, quando usa la forza per prevenire gravissimi reati, quando combatte contro ribelli in insurrezioni armate. Ma in quelle ipotesi non esistono alternative, mantre nel caso di cui sto parlando un'alternativa c'è. Esiste poi un importante argomento, sia utilitaristico che etico: l'irreversibilità della pena capitale. L'uso del DNA sta mostrando sempre più frequentemente che in alcuni paesi sono stati giustiziati non pochi innocenti. Gli abolizionisti poi si scagliano contro l'argomento secondo cui la pena capitale avrebbe un effetto dissuasivo. Già un personaggio di Ticidide, nel famoso episodio di Metilene, notava che ''la natura umana, quando è bramosamente lanciata a realizzare qualche progetto, non piò trovare un freno nella forza delle leggi o in qualche altra minaccia, onde non bisogna avere troppa fiudica che la pena di morte sia una garanzia sicura ad impedire il male''. E i criminologi moderni, statistiche alla mano, dimostrano che negli stati degli USA in cui viene utilizzata la sedia elettrica o l'iniezione letale, i reati più gravi non sono diminuiti. Atri criminologi rispondono però che l'argomento in sé potrebbe valere anche per il codice penale: ogni giorno viene violato, certo; ma se non ci fossero quei divieti penali, i reati aumenterebbero a dismisura. La pena capitale, a loro dire, servirebbe almeno a raffrenare in qualche modo la naturale violenza omicida degli individui.
Come si vede, il dibattito sulla pena di morte si fonda sulla contrapposizione di tesi etiche ed utilitaristiche spesso indimostrabili. Ciò non significa che si debba rimanere a guardare senza prender partito. E' decisivo, io credo, il fatto che quella pena costituisca la negazione della cultura moderna dei diritti umani, una cultura che si incentra sul rispetto della vita e della dignità della persona.
Che lezione possiamo trarre dalle polemiche su questo tema così drammatico? Anzitutto, l'opposizione alla pena capitale conferma che le battaglie decisive per i diritti umani le fa la società civile, singoli individui ed organizzazioni non governative. Fu Beccaria che, nel 1764, con poche paginette, mise in moto la valanga che portò, prima il Granducato di Toscana nel 1786 e poi tanti altri Stati, a sopprimere quella pena o almeno a privarla della ''inutile prodigalità dei supplizi'' che l'accompagnavano. Sono state negli ultimi anni ''Amnesty International'', ''Nessuno tocchi Caino'', Pannella e Bonino a pungolare con tenacia gli Stati, contribuendo alla graduale scomparsa, in tanti paesi, di quella pena. E' questa un'ulteriore prova che nelle grandi battaglie per i diritti umani sono gli individui e i gruppi, è la società civile, che trainano e gli Stati seguono. Come scrisse secoli fa un grande filosofo italiano, i grandi moti umani li fa prima la lingua e poi la spada.
Possiamo trarre anche un'altra lezione: la battaglia contro la pena di morte non deve assorbire tutta la nostra attenzione. Se si vuole la fine del patibolo, bisogna nel contempo battersi contro la disumanità delle carceri in tanti paesi del mondo. Che senso ha suggerire la carcerizazione come pena alternativa alla sedia elettrica, se poi nelle carceri si soffre perchè sono sovraffolate, degradanti, inumane, e tanti detenuti si suicidano, talché si finisce con una pena capitale ''auto-inflitta''? E come trascurare il fatto che molti Stati oggigiorno la morte la infliggono non solo sotto forma di punizione legale, ma anche uccidendo e massacrando in guerre civili o internazionali, o lasciando morire di fame o di malattie i propri cittadini? Insomma: l'opposizione alla pena capitale deve essere parte della più generale battaglia per una vita in dignità, contro le guerre assurte e le aggressioni, la miseria, l'arretratezza.

Fonte: la Repubblica, 4 maggio 2007



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