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Rassegna stampa
Pappalardo, il cardinale che schierò la Chiesa contro la mafia
E' morto a 88 anni. Il suo impegno e l´´'omelia di Sagunto´´ contro l'assenza dello Stato
di FELICE CAVALLARO
PALERMO - Se ne è andato il ''cardinale di Sagunto'', il pastore che non voleva essere ricordato solo per l'omelia sulla ''Palermo espugnata'' dalla mafia ''mentre a Roma si discute''. Ma Salvatore Pappalardo che nella capitale di Cosa Nostra era arrivato dall'Indonesia per un segno del destino mentre sequestravano Mauro De Mauro e si compiva il primo dei delitti eccellenti, quello del procuratore Pietro Scaglione, non potrà essere accontentato. Perché sarà impossibile scindere il suo ruolo di vescovo e cardinale a Palermo con quel monito lanciato ai funerali per la strage Dalla Chiesa e con l'impegno di liberare le gerarchie ecclesiali da complicità e disattenzioni antiche.
Contrario al cliché del ''prete antimafia'' e alle impsture che spesso aveva visto alimentare sulla ''palude'' siciliana, Pappalardo, spentosi ieri improvvisamente a 88 anni, s'è lasciato accompagnare da un tormento latente negli ultimi anni vissuti nella quiete dell'oasi di Baida, un convento come una torre che sovrasta e abbraccia la città. Era il tormento appena accennato a un'incomprensione alimentata da chi lo aveva criticato anche aspramente, come ricordò l'anno scorso durante un'intervista per il Magazine del Corriere dalla terrazza di quel convento: ''E' riduttivo dire ''anti'' per un sacerdote. Non perché si è a favore della mafia, naturalmente. Ma è un altro il metro da usare. Non si può adottare lo stesso linguaggio per il questore e per il vescovo. Noi dobbiamo analizzare il fenomeno secondo i principi pastorali, senza chiedere in prestito le parole di altri vocabolari''.
Una visione ribadita dal presule che tante volte aveva tuonato contro i boss con Bibbie e santini al seguito in una intervista inedita, già in stampa per il mensile d'attualità I love Sicily. Esplicito il riferimento del cardinale al suo distacco da quei pezzi della Chiesa diventati all'epoca un tutt'uno con Leoluca Orlando, forse come accadde a padre Pintacuda: ''Non potevo dire né fate così, né il contrario. Dicevo: il vescovo non è per nessuno in particolare, non tiratelo da una parte e dall'altra. Oggi il Papa lo dice con autorevolezza''.
Fu questa posizione a scatenare le critiche. Perfino col sospetto che fosse l'effetto di un uomo impaurito perché, in occasione di un precetto pasquale, s'era ritrovato solo nella cappella dell'Ucciardone disertata dai boss. Ma si sarebbero ricreduti quando Pappalardo guidò Papa Wojtila sotto i templi di Agrigento per il grido contro i mafiosi: ''Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio''. Un appello e una sorta di scomunica già lanciata dal pastore di Palermo con toni ben diversi da quelli del suo predecessore, il cardinal Ruffini: ''La mafia non esiste, è un'invenzione dei comunisti''.
A difenderlo da chi si cimentava nel descrivere il primo e il secondo Pappalardo intervennero anche tanti intellettuali del vecchio Partito comunista, compreso Renato Guttuso, come ricordava a Badia il cardinale l'anno scorso tirando le orecchie ai cronisti: ''Mi trasformavano in un mafiologo. Certo, esprimevo un giudizio morale sulla mafia. Anche un richiamo forte agli autori di efferati delitti. Ma dovevo parlare di mafia ed antimafia quando lo volevano loro, i signori giornalisti. E dovevo dirlo come volevano loro. E mi interstardivo: io parlo quando dico io. E qualcuno tirò fuori la frottola che mi ritiravo nella ''palude di Palermo''. Appunto, frottole''.
Ne parlava sfogliando un libro con le foto di una Palermo insanguinata, stupito: ''Rivedo i delitti di quegli anni e ritrovo me stesso mentre celebro troppi funerali. A tanti disastri ho assistito? Ma è cambiata Palermo, la Sicilia non è solo mafia e antimafia''.
Dovette incassare però l'ultima polemica. Per la mancata costituzione della Curia come parte civile al processo contro gli assassini di padre Puglisi. Durissimo l'allora pm Lorenzo Matassa, poi passato alla commissione Mitrokin: ''Un prete lasciato solo da vivo, e ora anche da morto''. Replicò il cardinale spiegando che ''la finalità della parte civile è di incassare soldi dai boss'', che Puglisi l'avrebbe fatto santo. Controversie annullate dall'abbraccio di un'intera città in coda da ieri per rendere omaggio al presule di Sagunto che, nella foga, allora sbagliò fonte citando Sallustio al posto di Tito Livio.

Fonte: Corriere della Sera, 11 dicembre 2006



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