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Rassegna stampa
'Un ricordo di Peppino? amava la vita contro la cultura di morte della mafia'
Intervista a Giovanni Impastato: la memoria della madre e del fratello ucciso da Cosa nostra
di DAVIDE VARI'
L'occasione l'ha data la presentazione di ''Felicia è viva'', una sceneggiatura in cerca di registra e produttore - scritta da Gregorio Mascolo e dedicata a Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino trucidato neanche trentenne dalla mafia di don Tano Badalamenti. C'era anche il capogruppo di rifondazione al senato Giovanni Russo Spena che insieme a Francesco Forgione, nuovo presidente della commissione antimafia, ha coordinato la presentazione. Protagonista della sceneggiatura, proprio lei, mamma Felicia, morta due anni fa dopo una vita spesa nel ricordo del figlio trucidato da cosa nostra. ''Una donna limpida, dolce e determinata insieme. Ostinata nella ricerca della verità sulla morte di suo figlio. Una verità che però non mai divenuta vendetta. Giustizia sì, ma non vendetta'', ha ricordato Russo Spena.
E nella sala stampa del senato dove si ricordava la forza e la dolcezza di ''mamma Felicia'', c'erano anche altre due donne: Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, e Rosa Villeco, moglie di Vincenzo Calipari, l'uomo del Sismi ammazzato dal cosiddetto fuoco amico nel giorno della liberazione di Giuliana Sgrena. Altre due donne che hanno subito il dramma di morti così vicine ma che a questo dramma non si sono piegate. Ed allora si è assistito ad un piccolo miracolo, uno scherzo del destino, che ha voluto riunirle idealmente queste tre donne che portano avanti la propria battaglia con coraggio e determinazione.
Tra i presenti c'era anche Giovanni Impastato, fratello di Peppino. Lo abbiamo intervistato per cercare di cogliere il profilo di sua madre e di suo fratello.
Sua madre ha vissuto tutta la propria vita a due passi dagli assassini di Peppino.
Mia madre ha raccolto le verità ed è andata avanti in un percorso di civiltà e democrazia. E' stata una donna che ha fatto una scelta importante. Da un lato era moglie di un mafioso, ma dall'altro era la madre di un ragazzo, di un militante di sinistra, che metteva anima e corpo contro la mafia.
E come è riuscita a vivere in questa situazione?
Per lei la famiglia era sacra e inviolabile, non avrebbe mai lasciato il marito. Ma quando si è trovata davanti alla scelta lei si è schierata dalla parte della giustizia e contro la mafia. Dopo la morte di Peppino è esplosa e ha capito che la verità e la giustizia erano diventate irrinunciabili. Un dovere nei confronti di Peppino, ma non solo, un dovere anche nei confronti di centinaia di persone come lui. Mia madre non era una persona colta ma era intelligentissima ed è proprio la sua intelligenza che l'ha aiutata. 
Sua madre non ha mai parlato in termini di vendetta.
E' vero, non cercava vendetta, cercava giustizia. E non voleva un colpevole a tutti i costi, voleva la verità. In tutti questi anni ha lottato proprio per questo. Non è stata una scelta facile, ha aperto la sua porta ai giovani che, soprattutto dopo il film ''I 100 pasi'', venivano a trovarla a casa. E lei accoglieva e si fermava a parlare con tutti, voleva capire, partecipare. La memoria di Peppino non si doveva disperdere perché era convinta che il suo messaggio era importante. Andava tutelato e consegnato ai giovani. In qualche modo lei c'è riuscita, ha trasmesso a tutti noi la voglia e la forza di andare avanti.
Cosa è cambiato in questi anni a Cinisi?
Non molto purtroppo. A Cinisi la cultura dominante è rimasta quella mafiosa. E dove la mafia domina i livelli di civiltà e di convivenza si azzerano. Dobbiamo capire che il problema mafia non è solo un problema di ordine pubblico ma culturale.
La mafia ha attraversato anche la sua famiglia.
E' vero, quando io lotto contro la mafia è come se lottassi contro me stesso, contro un modo di pensare ed agire che per una parte mi pervade. La mafia è una forma mentis profondamente radicata dentro di me, dentro di noi. Ed allora dobbiamo avere il coraggio di provocare un trauma in noi, altrimenti non possiamo andare avanti. La vicinanza con quel mondo, col mondo mafioso, ci compenetra. Noi la mafia l'avevamo in casa.
E come ha vissuto questa sorta di schizofrenia?
Quando tu rifiuti i codici e le scelte che voleva importi tuo padre la situazione diventa davvero insostenibile. Non potevamo accettare quelle regole ma l'effetto c'era ed era un affetto lacerante.
Un ricordo di Peppino?
Io mi sforzo di ricordare mio fratello fuori dall'immagine pubblica. Peppino era una persona leggera che amava la vita. Ho in mente il Peppino delle trasmissione ''Onda pazza'', il Peppino che voleva divertirsi. Non era solo impegnato politicamente, lui voleva vivere. Cos'altro è, del resto, la lotta alla mafia se non la vita e la gioia di vivere contro la morte?

Fonte: Liberazione, 5 dicembre 2006



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