Rassegna stampa
Farsi un nemico
di UMBERTO GALIMBERTI
Dopo il crollo delle due torri di Manhattan l’Occidente ha improvvisamente riscoperto i suoi valori. Li ha riconosciuti nella libertà e nella democrazia che ha faticosamente guadagnato nel corso della sua storia e, compatto, si è disposto a combattere il terrorismo islamico, il fondamentalismo e il fanatismo, individuati come minaccia per il futuro della propria civiltà.
Solo un anno dopo abbiamo scoperto che la libertà individuale è fondamentalmente solo quella di produrre e consumare, e che la democrazia può essere sospesa se le idee e i sentimenti che attraversano l’opinione pubblica configgono con gli interessi di quelle dieci persone che … si fanno interpreti della storia.
Viene allora da pensare che i valori in cui si riconosce l’Occidente, la libertà individuale e la democrazia, sono solo dei “derivati” di altri valori ben più fondanti che sono la ricchezza economica e la potenza tecnica. Se questi crollano anche libertà e democrazia vanno alla deriva, come noi europei abbiamo visto negli anni tenebrosi dell’esperienza nazista.
A questo punto dobbiamo incominciare a pensare non tanto a come individuare il nemico che, fuori dall’Occidente, ci minaccia, quanto a quel nesso che rende la nostra libertà e la nostra democrazia “dipendenti” dal benessere economico, la cui crescita, che sembra debba essere senza limiti, non importa a spese di chi, genera inevitabilmente il nemico.
E come si fa a combattere il nemico generato dalle stesse pratiche economiche che sono a fondamento della nostra libertà e della nostra democrazia, ossia dei valori in cui l’Occidente si riconosce? Qui il circolo vizioso si fa stringente, ma anche tragico, perché là dove il nemico è generato da noi, la contrapposizione amico/nemico, su cui finora ha marciato la storia è azzerata, e riprendere questo schema nella lotta al terrorismo vuol dire non aver capito che le pratiche economiche, che consentano a noi libertà e democrazia, sono le stesse che altrove generano, quando non la fame, la malattia e la morte, senz’altro schiavitù e ribellione.
Qui dobbiamo cominciare a pensare. A pensare se davvero può reggere un sistema dove 800 milioni di occidentali dispongono dell’83 per cento del reddito mondiale, mentre l’82 per cento della popolazione mondiale, più o meno 5 miliardi di persone, si spartisce il restante 17 per cento. Se davvero non crea nessun problema il fatto che l’Occidente consuma il 70 per cento di energia, il 75 per cento del metallo, l’85 per cento del legno, se non è un po’ sproporzionato che le 10 persone più facoltose del mondo possiedono patrimoni che equivalgono una volta e mezzo il reddito dei 48 Paesi meno fortunati del mondo?
Dopo che si è “pensato”, che cosa si può “fare”? Praticamente niente, perché i valori della libertà e della democrazia non sono il fondamento dell’Occidente, ma dipendono dal suo benessere economico, che, quando si vede messo a rischio, non esita a sospendere libertà e democrazia. Questa è la nostra vera storia che val la pena di spogliare dai nobili paludamenti con cui siamo soliti rivestirla.
D di la Repubblica, 19 aprile 2003