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Rassegna stampa
C'era una volta Sandro Pertini
di MAURIZIO CHIERICI
Forse i ricordi, forse l'età matura, ma due anni fa quando Pierferdinando Casini invita a cena Follini assieme a Letta e Fini, lasciando la Lega nella solitudine di una trattoria, la disinvoltura della terza poltrona dello Stato sconvolge l'ortodossia dei nostalgici legati all'idea di un presidente al di sopra delle parti. Al levar della mensa si considerava ancora imparziale direttore d'orchesta della Camera, oppure liberato dall'impaccio dell'equidistanza?
In fondo anche gli uomini di Bossi fanno parte della maggioranza. Ma sono regole lontane un secolo. Il Cavaliere fa scuola. Non valgono più.
Nelle ultime settimane il crescendo ha travolto ogni ipotesi: affronta Berlusconi a Palazzo Chigi con parole che Fini prova ad annacquare, ma che il Follini disciplinato ripete davanti ai giornalisti: Berlusconi non è una risorsa, solo zavorra. ''Diario'' in edicola ne analizza la partitura. Ora e sempre presidente. Dalla Camera alla guida della Casa della Libertà, per non parlare del Quirinale. Marce trionfali e acuti drammatici. Rovesciamenti di alleanze e telefonate di solidarietà a Dell'Utri che i giudici di Palermo considerano in odore di mafia. Si innamora delle parole e le ripete fino a sfinire chi ascolta: dal lontano ''senza se e senza ma'' all'annuncio della ''discontinuità'', ricetta con la quale prova ad insidiare il padrone delle ferriere per risolvere i problemi di elettori dalle tasche quasi vuote. Il momento della verità è arrivato.
Doppiato il 2000, l'etichetta di una Repubblica normale svanisce nei reperti del passato. Purtroppo la memoria resiste. Resta il ricordo di protagonisti che hanno saputo addomesticare con imparzialità le mischie degli onorevoli. Il taccuino di un giornalista che non frequenta il Parlamento raccoglie momenti insignificanti della grande storia: poche confidenze, qualche intervista. Pagine che sprofondano in giorni lontani, ma la tentazione di un paragone resta. Per esempio: in cos'era diverso il presidente della Camera Pertini dal presidente della Camera Casini?
Trent'anni fa cominciano i giorni difficili: lo scandalo delle tangenti dei petrolieri scuote il mondo politico. Settimana santa. Le azzalee fioriscono a Trinità dei Monti, ma il gelo incombe sulle vacanze, Pertini prende cappello. I sospetti graffiano la rispettabilità di tutti gli onorevoli confondendo mani innocenti e tasche malandrine, eppure nessuno ammete di aver sollecitato tangenti ai signori dell'oro nero. Purtroppo le carte parlano: un fiume di denaro si è impantanato a Montecitorio. Per far chiarezza - annuncia Pertini - la Camera resterà aperta a oltranza, anche il giorno di Pasqua. ''Non la chiudo e non mi muovo''. Nessuno va in vacanza fino a quando non verranno fuori le responsabilità. L'onestà di Ugo La Malfa getta la prima pietra: i repubblicani confessano di aver accettato qualche aiuto. Scuote la testa desolato, come la scuote il figlio ormai ministro di Berlusconi. Ma la voce solitaria di La Malfa non basta a Pertini: troppi soldi ancora senza nome e la minaccia del relax che svanisce allarma non solo i rappresentanti del popolo, inquieta i giornali. Cosa vuol dimostrare l'isterico moralizzatore? Il ''Borghese'' spara, il ''Tempo'' ne riprende i sospetti e fa qualche nome. Possibile? Proprio lui? Un lui insospettabile: il presidente della Camera avrebbe mani in pasta. Alza il polverone per coprire la marachella. Piero Ottone, direttore del ''Corriere della Sera'', chiede di accertare quale consistenza abbia il sospetto di un indiziato al di sopra dei sospetti. Inchiesta facile; voci che svaniscono nel sotterfugio di una provocazione montata per rimandare all'infinito il chiarimento. I giornalisti delle veline propongono di parlarne alla ''ripresa dei lavori''. Intanto anche Pertini dovrà fare l'esame di coscienza, poi si vedrà. Bolla di sapone e il Corriere di Ottone la fa scoppiare. Il mattino dopo una segretaria della Camera mi cerca in albergo: ''Le passo il presidente Pertini...''. Dormiveglia alle otto del mattino: che sia uno scherzo? La voce di Pertini riporta alla realtà. Ringrazia. ''Ne avevo bisogno. Meno male che i giornali non sono tutti uguali...'' Più tardi lo racconto ad Ottone e Ottone chiede di tentare un'intervista. Pertini sta rifiutando microfoni e appuntamenti, chissà se la riconoscenza ne scioglie il rigore. Mi riceve in un batter d'occhio. Buon segno. Ripete il ringraziamento ma all'invito di commentare cosa stia succedendo, risponde con la voce del partigiano al quale i compromessi fanno venire l'orticaria: ''Nessuna intervista. Ciò che è successo deve venir fuori a Montecitorio, non sui giornali. E nel caso ritenessi utile far chiarezza con qualche rappresentante della stampa,lei e il Corriere sareste esclusi. Avete fatto un favore alla mia persona, soprattutto al partito socialista al quale appartengo. Immagino capisca come sia impossibile ricambiare un favore con un favore. Guai se il presidente della Camera interviene nei meriti e nei demeriti della politica. Guai se commenta la politica sui giornali. Un avvilimento dell'impegno che gli è stato assegnato. Caro giovanotto, l'imparzialità non è facile, ma è la sola scelta concessa finché siedo su questa poltrona''. Storie di un evo lontano e di un'Italia forse perduta: speriamo di no. Il ricordo dell'intervista mancata è consolato dalla speranza di quei giorni: una democrazia leale con tutti. Senza sussurri o crostate di marmellata nella casa dei congiurati.
Pertini e Casini, vite lontane. Troppo diverse per analizzarne in parallelo i comportamenti di un'antifascista che ha rischiato sette volte la vita ed è sopravvissuto facendo il muratore negli anni dell'esilio, e quelli di un bel ragazzo che spunta silenzioso dietro le foto di gruppo: gruppo Bisaglia, gruppo Forlani. Per anni nessuno ricorda di averlo sentito parlare. Dopo la laurea trova posto alle Officine Reggiane, un tempo carri armati, poi locomotive e trattori fabbricati per conto delle Partecipazioni Statali. Primo impiego niente male: rapporti con l'estero. Per undici anni la politica gli impedisce di andare in ufficio e quando l'Efim vende le Reggiane e l'industriale Fantuzzi sembra disposto a comprarle ma le vuol dimagrite - centinaia di presenze in meno - l'avvocato Contino che governa la liquidazione, vuol sapere chi è il dottor Casini: nessuno lo ha mai visto. Lo mette nel pacco di chi se ne deve andare e l'onorevole arriva da Roma tutt'altro che rassegnato. Forse non dice ''non ha capito chi sono io'' ma non sembra contento di lasciare il posto a chi vive di un solo stipendio. Tutto si aggiusta perché una leggina votata qualche mese dopo consente ai dirigenti Efim licenziati, di fare domanda ad altri enti di stato. Posto garantito, pari grado. Avendo militato in certe commissioni parlamentari, l'incompatibilità restringe la scelta: le possibilità di Casini più o meno si fermano al Coni.
Pertini non si mescolava alle baruffe politiche: il prestigio di governare la Camera lo isolava in un altro dovere. Sempre al di sopra delle parti ed è una delle ragioni che hanno contribuito ad aprirgli le porti del Quirinale. Non è stato solo il presidente di Montecitorio a separare il ruolo dell'istituzione dall'appartenenza al partito. Ingrao, Nilde Jotti, Napolitano, Violante, tanti esempi. Quando ho incontrato la Jotti per ricordare la vita con Togliatti, il suo racconto si è fermato al ritorno dalla convalescenza di Mosca: ''Dopo una notte in treno, sono apparsi nello scompartimento i doganieri austriaci. L'ultima frontiera era ormai alle spalle. Palmiro e io ci siamo abbracciati. Finalmente lontani dal Cremlino...''. Non ha aggiunto altre parole. ''Dovrei spiegare come e perché siamo tornati, ma sono discorsi che finiscono in politica e l'incarico di presidente non me lo consente''. Pur appartenendo ad una compagnia di giro, perfino Irene Pivetti avvolgeva il suo silenzio nei foulard, mettendo a tacere i tempestosi della Lega che giocavano a rubamazzo a Montecitorio. Bisogna riconoscerlo, per lei è stato facile: solo il suo senatore era autorizzato a pensare. E quando ha riavuto libertà di parola purtroppo è finita in televisione con Platinette. Ormai Casini ha bruciato in pubblico un silenzio solo formale: i suoi sussurri passavano i muri. Adesso è uscito dal gruppo col fido gregario Follini, ma quanto resterà al vento? Le previsioni lo vedono al terzo posto, venti punti in meno del Cavaliere e di Fini. Doveva scegliere tra la lezione di Pertini e la lezione del coinquilino Pera che l'altro ieri ha rifondato il partito unico della Casa della Libertà nel giardino dell'ambasciata di Washington. L'impressione è che Casini finalmente abbia scelto, ma con la cautela dei democristiani di provincia. Se i sondaggi non gli dicono bene, magari si rinasconde nel gruppo lasciando Follini in fuga, solo e senza speranza.

Fonte: L'Unità, 26 settembre 2005



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