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Cerimonie
Inaugurazione del Museo Sandro Pertini e Renata Cuneo - Fortezza del Priamar, Palazzo della Loggia - Savona 22.11.2013
Umberto Voltolina ricorda Carla e Sandro Pertini

Partecipo con la Fondazione Sandro Pertini a questo evento culturale di raro esempio etico, con il quale il cittadino savonese Sandro Pertini (tramite Carla Voltolina, sua moglie e compagna di vita e di lotta dal 1944) riconsegna alla sua città, da lui molto amata, questa importante raccolta di quadri che avrebbe avuto maggiore visibilità e frequentazione a Genova o Milano (che l'aveva richiesta).

Ma mia sorella Carla, interpretando il desiderio di Sandro, volle, fortissimamente volle privarsi dei quadri, che le facevano compagnia nella sua abitazione di Roma, per donarli nel 1991 alla comunità savonese.

Una collezione iniziata nel dopoguerra, rinunciando a spese non indispensabili. Vi spiegherò subito come riuscì ad acquisire questi quadri Sandro, la cui onestà e rigore morale non fu mai messo in dubbio da nessuno con il suo, all'epoca modesto, stipendio da deputato (che al tempo dell'Assemblea Costituente era parametrato con quello dei metalmeccanici) e da Presidente della Repubblica (era di 30 milioni l'anno, 15.000 euro, pari al mio stipendio di allora da ingegnere all'Italsider. Vi ricordo che Sandro rifiutò di firmare nel 1984 l'aumento della segno presidenziale, immutato dal 1946, se non a partire dal suo successore)

Sandro fin da giovane fu appassionato di teatro e di arte (non a caso nominò senatore a vita il poeta Montale, Ligure come lui e l'artista di teatro quale Eduardo De Filippo) nel tempo libero della politica, anziché i salotti romani, amava frequentare gli studi degli artisti.

Nascono così le sue amicizie con i pittori cementati dal comune impegno civile e politico.

Fraterna quella con Guttuso intensa quella con Sassu, Manzù, Vedova, Tomea, Aldo Rossi. Era un'Italia povera e gli artisti amici si accontentavano di poco. Prezzi accessibili: bastava sacrificare qualche cena in trattoria. Sandro mi raccontò quando nello studio di Giorgio Morandi gli fu richiesta per un quadro una cifra modesta. A Sandro che diceva “maestro ma lei non sa che a Roma in galleria i suoi quadri si vendono accessori per 10-20 volte superiori?” Morandi uomo riservato e schivo rispose: “faccio il pittore non il mercante. Poi lei, che stimo e ammiro mi onora della sua amicizia e vieni a trovarmi ogni volta che viene a Bologna...”

Perché Savona.

Savona per Sandro è il ricordo più intenso, la sua famiglia, la sua giovinezza. Il liceo Chiabrera, con il suo professore Adelchi Baratono, che gli fece scoprire il socialismo.

1920-1921 dopo la vicinanza alle lotte operaie della Servette Taz- Basevi, dell'Ilva, dei portuali, Sandro, in rappresentanza della Federazione Socialista di Savona partecipa al diciassettesimo Congresso di Livorno. Lui riformista con Turati.

1922-1923 Gli anni del primo fascismo, il I° maggio, quando per solidarietà con gli operai licenziati e vessati scende da Stella con la cravatta rossa, sapendo di prendersi le bastonate degli squadristi che l'aspettano in agguato.

1924 - il delitto Matteotti la sua iscrizione al PSU di Savona con la data del martirio

1925 - prima condanna a Savona: 8 mesi per il volantino sovversivo “Contro il barbaro dominio fascista”

1926 - parte dal porto di Savona il motoscafo che porta in esilio in Francia dove di morirà il suo maestro Filippo Turati. Con Sandro ci sono Rosselli assassinato dei fascisti a Parigi e pari futuro cavo del Comitato di liberazione nazionale e primo capo del governo dell'Italia democratica.

1941 - Vi torna dopo 15 anni, trascorsi negli ergastoli di Santo Stefano, Turi, Pianosa ed al confino a Ponza e Ventotene per incontrare la vecchia madre

In sei condanne e due evasioni Sandro Pertini rievoca la sua visita alla madre a Savona:

“Per rivedere mia madre accettai di andare a Savona ammanettato, nel vecchio carcere di S. Agostino.
Feci Ventotene-Napoli-Roma, ove sostai a Regina Coeli.
Il giorno dopo, con una nuova scorta, Roma-Genova e finalmente Savona.
Rivedevo la mia città dopo tanti anni (era, ricordo, una giornata di sole), tanti anni di dura separazione. Su una carrozza, coi carabinieri intorno, venni portato al carcere, ed io non cessavo (era ormai giorno inoltrato) di guardare a destra e a sinistra nella speranza di scorgere un volto amico.
Giunsi al carcere e venni chiuso in una cella, solo. Dopo circa un'ora vennero a prendermi e mi condussero in una stanza dove il capo guardia con alcuni agenti mi aspettava. ''Ora'', disse ''potrete rivedere vostra madre''. Mi sembro che il cuore cessasse di battere. Essa apparve all'improvviso: piccola, vestita di nero, bianchi i capelli e il volto. L'abbracciai. Piangeva e tra le lacrime andava ripetendo il mio nome. Dovetti fare forza su di me stesso per non dare, alle guardie che avevano l'ordine di sorvegliarci perchè mia madre non mi consegnasse qualche biglietto, un segno di debolezza. Ma il cuore mi faceva male, pareva spezzarsi. Com'era invecchiata. Parlammo di tutto e di niente. Notizie sue e della mia vita di confinato. Il capo-guardia interruppe bruscamente il colloquio. Vidi mia madre allontanarsi curva. Rientrai nella mia cella, mi misi a letto senza toccare cibo. Non feci che pensare a mia madre.
Al mattino vennero a prendermi. Speravo di avere un nuovo incontro con lei, ma il capo-guardia mi rispose in malo modo che la procura del Re aveva deciso di concedermi un solo colloquio. I carabinieri erano venuti a prelevarmi per ricondurmi a Ventotene. Protestai, ma inutilmente.
Fui portato alla stazione, questa volta su un furgone cellulare. Scesi circondato dalla scorta speciale: un maresciallo, un brigadiere, due carabinieri. E così entrammo nella stazione. Sul marciapiede un gruppo di facchini mi attendeva. Si levarono il berretto e, tenendolo in mano, mi si avvicinarono in silenzio, guardandoli con fraterna solidarietà. I passeggeri, che aspettavano il Ventimiglia-Genova, si voltarono e tacquero di colpo. Qualcuno si tolse il cappello, qualcuno salutò con la mano. Il più anziano dei facchini mi prese la valigia ''ci penso io, Sandro'', disse in dialetto. Il maresciallo lasciava fare.
Arriva il treno, debbo salire. Due facchini mi aiutano, poichè sono ammanettato. Mi volto: gli altri sono sempre col berretto in mano, fermi sul marciapiede, muti.
Il più anziano sistema la mia valigia, mi mette la mano sulla spalla: ''buona fortuna, Sandro, tutti ti salutano''. Si volta bruscamente e si allontana, scosso dai singhiozzi. 
Il treno parte, riesco ancora a scorgere, sul marciapiede i facchini fermi come statue, il berretto in mano. ''Scusi'' dice il maresciallo ''sono gli ordini'' e chiude la tenda del finestrino.
Dopo Albissola il maresciallo esce nel corridoio, parla con qualcuno che non riesco a vedere. Poi la porta si apre, entra un uomo che mi abbraccia. E' Cristoforo Astengo, l'avvocato Astengo, il vecchio Cristofine. ''Sono salito'' dice ''per accompagnarti sino a Genova.'' Poi mi spiega: il maresciallo è uno di Carcare, suo amico, che sta per andarsene in pensione.
Parlammo dei comuni conoscenti, non so dire la mia commozione. Disse che mi ricordavano con affetto, che erano solidali con me, che mi salutavano: Volta, Rolla, Isetta, Aglietto, Zino, Pellegrini: ''tutta Savona ti ricorda''.
 
Ad un tratto si rifà vivo, dal corridoio, il maresciallo. Astengo deve uscire subito, sta arrivando la milizia ferroviaria.
Eccoli, dopo un pò con la faccia truce, che mi scrutano. I carabinieri, appena quelli se ne sono andati, mi sorridono.
A Genova, nel sottopassaggio, rivedo il vecchio amico. E' commosso, il suo sguardo non mi abbandona, mi segue sino alla stazione dei carabinieri.
Fu l'ultima volta che ci incontrammo: Cristofine Astengo venne ucciso dai Repubblichini di Savona.''

Ecco perché mia sorella Carla, fedele alla memoria del suo Sandro lo volle qui, al Priamar di Savona, il museo con i quadri di Sandro Pertini!!!



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